Il falso Made in Italy è un problema fondamentale per la nostra economia perché attraverso alcune dinamiche di contraffazione, a volte muovendosi sul limite delle leggi internazionali, alcune aziende si fregiano di un marchio prestigioso e sinonimo di qualità. Pur non avendo minimamente i requisiti.
Spesso, questo fenomeno viene definito come italian sounding e si diffonde in diversi settori, dall’agroalimentare fino ai prodotti tessili e agli arredi. E anche se l’utilizzo di colori, fregi, simboli e naming contraffatti a volte tendono quasi al comico (esempio classico, Parmesan invece di Parmigiano Reggiano) i danni alla nostra economia sono importanti, da non sottovalutare.
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Con il concetto di falsificazione del Made in Italy intendiamo un corpus di violazioni che interessano la proprietà intellettuale delle aziende italiane, l’economia nazionale e la fiducia del consumatore. Dal punto di vista del diritto internazionale, il falso Made in Italy si ottiene quando un prodotto viene presentato e messo in commercio come interamente o prevalentemente realizzato in Italia.
Quando, in realtà, è stato prodotto all’estero. Il riferimento chiave è la Legge n. 350/2003 (Finanziaria 2004), che all’articolo 4, comma 49, stabilisce che la commercializzazione di prodotti con false o fallaci indicazioni di provenienza è un reato punito secondo l’articolo 517 del codice penale.
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Perché tutto questo rappresenta un problema? La risposta è semplice: ci sono dei prodotti che utilizzano degli artifici grafici e pubblicitari per ingannare il cliente finale che – attraverso l’assonanza con determinati segnali – attribuisce a un prodotto delle caratteristiche qualitative che in realtà sono assenti.
E che un produttore non può utilizzare se non ha i diritti ma anche le caratteristiche tecniche per farlo. Ad esempio, chiamare un formaggio dozzinale Parmesan – che richiama il nome del parmigiano reggiano – include una serie di messaggi incoerenti e che traggono in errore i potenziali acquirenti.
Il falso Made in Italy avviene quando si definiscono alcune condizioni: quando si appone l’etichetta correlata su un bene che non è stato prodotto o non ha subito in Italia l’ultima trasformazione sostanziale.
Qui si delinea il cosiddetto Italian Sounding: una tecnica di marketing che utilizza parole, immagini o colori che richiamano l’Italia per prodotti che non hanno alcun legame produttivo con il nostro paese.
Le sfumature che caratterizzano il falso Made in Italy sono differenti. All’estremo abbiamo la contraffazione vera e propria, una riproduzione illecita di marchi registrati come un falso logo Gucci su una borsa prodotta in un paese con manodopera a basso costo. Poi abbiamo l’usurpazione delle indicazioni geografiche con sfruttamento indebito di denominazioni protette come DOP (quindi Denominazione di Origine Protetta) o IGP (ovvero Indicazione Geografica Protetta).
Ancora un’opzione: fallace indicazione di origine con uso di segni, figure o diciture che possano indurre il consumatore a ritenere che il prodotto sia di origine italiana. E qui abbiamo il classico uso del tricolore o di nomi geografici italiani su prodotti che non hanno assolutamente nulla di italiano.
Definire un prodotto Made in Italy vuol dire rispettare una serie di parametri che non tutti possono confermare. E che danno al prodotto una qualità intrinseca che fa presa sull’immaginario del pubblico. Questa condizione porta a una serie di evoluzioni sul mercato che danneggiano il settore produttivo.
Il comparto dell’abbigliamento e accessori continua a dominare le statistiche ma nel settore agroalimentare, le operazioni condotte dall’Ispettorato hanno portato al blocco di una quantità incredibile di merce irregolare anche perché l’italian sounding vale 120 miliardi secondo Coldiretti. A tutto questo si aggiungono i dazi commerciali che comprimono le esportazioni e supportano questa tendenza:
“I dazi imposti durante la prima presidenza Trump su una serie di prodotti agroalimentari italiani avevano portato a una diminuzione del valore delle esportazioni (confronto annuale tra 2019 e 2020) che è andata dal -15% per la frutta al -28% per le carni e i prodotti ittici lavorati, passando per il -19% dei formaggi e delle confetture e il -20% dei liquori. Ma anche il vino, seppur non inizialmente colpito dalle misure, aveva fatto segnare una battuta d’arresto del 6%”.
Vogliamo provare a tirare le somme? Tra il 2024 e il 2025, l’attività delle Forze dell’Ordine ha portato al sequestro di oltre 527 milioni di articoli illegali, con un incremento significativo dei controlli sui canali di e-commerce, che oggi rappresentano la maggior parte delle segnalazioni gestite dal MIMIT.
Basta ascoltare i produttori per avere una serie di indicazioni su quelli che sono i prodotti più falsificati e copiati. Noi abbiamo utilizzato come fonte TgCom 24 che ha individuato come principale prodotto alimentare contraffatto il Parmigiano Reggiano con nomi fantasiosi: Parmesan, Parmesao o Reggianito.
Oltre al nome, chi propone questa soluzione usa il tricolore in etichetta, configurando un falso Made in Italy completo. Altro formaggio spesso contraffatto: la mozzarella, proposta con il nome Zottarella insieme a immagini di paesaggi campani. Tra le bevande, il prodotto più taroccato è sicuramente il Prosecco che diventa, in base al paese, Meer-secco, Kressecco, Semisecco, Consecco e Perisecco.
Da un punto di vista estetico, bisogna diffidare dalle diciture vaghe. Termini come Italian Style, Italian Recipe o Selected by Italy indicano quasi sempre, ma non per forza, che il prodotto è realizzato all’estero. Per legge, i prodotti italiani devono riportare la sede dello stabilimento di produzione o confezionamento.
Se l’indirizzo è estero, il prodotto non è Made in Italy. Secondo la Legge n. 350/2003, l’uso della bandiera italiana su prodotti non italiani è illegale e molti prodotti Italian Sounding usano i colori in modo creativo.
Dal punto di vista della documentazione doganale, se un’azienda vuole confermare il Made in Italy deve puntare su due elementi di base: il certificato di origine, il documento principe per l’esportazione verso paesi extra-UE, il documento EUR.1 (e EUR-MED) o la dichiarazione su fattura per l’esportatore autorizzato/REX. Per essere allineati su questo fronte c’è una soluzione: la consulenza doganale SOA.